The virus of GDP?

Marco Guerrazzi and I wrote down a few notes and data elaboration on the relationship between COVID-19 epidemic, GDP and employment in Italy. This is intended to stimulate a discussion on the process of production, circulation and consumption of goods and services, the forms of mobility and sociality, the production and distribution of value and labor.
Get in contact: guerrazzi@ec.unige.it; c.certoma@sssup.it

[image: Dipartimento Protezione Civile]

In Italian

­­­Il virus del PIL? Note per una discussione

di Marco Guerrazzi e Chiara Certomà

marco.guerrazzi@ec.unige.it; chiara.certoma@santannapisa.it

In questi giorni si discute animatamente in diversi ambiti su quando, come e su quali basi riavviare le attività produttive, educative e sociali nel Paese in particolare chiedendosi quali effetti economico-sociali la pandemia lascerà; e come farvi fronte attraverso la creazione di scenari futuri e strumenti adeguati (soprattutto di carattere economico e finanziario). Sebbene i molto probabili effetti dell’epidemia sulla struttura socio-economica nazionale e internazionale sono ampiamente discussi, molto meno si è detto sulla relazione tra il contesto socio-economico e la diffusione del virus (sebbene esistano dei contributi al dibattito in tale senso). Questo significa che ci stiamo chiedendo per lo più come (e quando) ripartire, assumendo che un’epidemia sia un flagello che si è abbattuto come un’eruzione vulcanica su un sistema Paese già con forti difficoltà, ma di cui quel sistema Paese (o anche, trattandosi di una pandemia, il sistema Mondo) non ha alcuna “colpa”. E’ ovviamente molto difficile (impossibile?) stabilire la causa di quanto sta accadendo, ma sicuramente sarebbe possibile e anche auspicabile interrogarsi su quelle co-occorrenze di eventi e condizioni che potrebbero far riflettere.

Tra le altre, abbiamo provato a considerarne una in particolare. Sul fatto che ad oggi (attenzione: potrebbero esserci variazioni di scenario in un prossimo futuro) la pandemia stia colpendo in maniera più significativa i paesi del Nord Globale (ed in maniera particolare il nostro) è stato solo incidentalmente notato e commentato in relazione alla concomitanza con la stagione fredda, all’intensità delle relazioni commerciali e quindi della mobilità, o al livello di inquinamento dei territori colpiti. Nel complesso si è trattato di una questione che ha attratto poco il pubblico interesse. Alcuni hanno suggerito che il modello di sviluppo e di vita dei Paesi maggiormente colpiti abbia una correlazione forte con la diffusione del virus e che quindi, con la riapertura potrebbero essere necessari dei cambiamenti significativi nella nostra idea di mondo e di come lo (possiamo) abitare. Nello scenario di uno “stato di eccezione” globale, e nell’assurdità di molte delle derive del potere totale che ne deriva, per una giustissima forma di rispetto del dolore e di timore di fronte ad un nemico invisibile ci siamo limitati a chiederci sottovoce se ci possa essere almeno una concorrenza di colpa in quanto sta accadendo. Ad esempio, qualcuno ha fatto notare che ora si vede il fondo dei canali di Venezia o l’inquinamento dell’aria è diminuito drasticamente e rapidamente, o che siano ritornati gli animali selvatici nelle città (ad esempio qui e qui). L’abbiamo preso con un sorriso in un momento di estrema tragicità, accantonando la cosa come fenomeni passeggeri. Eppure, è un indicatore chiaro, che nel mondo operano processi e forze contrapposte. Alcuni di questi, sebbene destinati alla “ri-produzione sociale”, possono agire contro la vita. Questo apparente paradosso emerge chiaramente da un piccola considerazione sui dati che sembrano mostrare un aspetto interessante (senza alcuna pretesta di esaustività) del suo funzionamento.

Per ogni regione d’Italia, abbiamo considerato i dati relativi ai contagi e alle morti per COVID 19 al giorno 5 aprile e il abbiamo messi in relazione al numero di abitanti, al PIL (reale) e al numero di lavoratori occupati. L’idea era di vedere in che modo le variabili demografiche e quelle economiche erano collegate ai principali indicatori sull’incidenza del virus. Come era lecito aspettarsi, se operiamo un confronto tra coppie di variabili troviamo che sia il numero di contagi sia il numero di morti sono positivamente correlati al numero di abitanti, al PIL e al numero di occupati. E’ intuitivo infatti che al crescere del numero degli abitanti crescano anche i contagi e i morti e lo stesso dicasi quando cresce il PIL oppure quando sale il numero degli occupati in quanto sia la produzione sia il lavoro comportano la sussistenza di relazioni che possono incrementare il diffondersi della malattia. Queste relazioni positive sono illustrate nei sei pannelli della Figura 1.

Per raffinare l’analisi abbiamo poi valutato l’effetto congiunto delle variabili economiche e demografiche sugli indicatori di incidenza del virus. In termini tecnici si direbbe valutare l’impatto delle variabili demografiche “controllando” per quelle economiche. Da questa operazione di raffinamento arrivano i risultati più interessanti. Infatti, se regrediamo il numero dei contagi – oppure quello dei morti – in ogni regione sul numero di abitanti e sul valore del PIL – oppure sul numero di lavoratori occupati – osserviamo che il fattore demografico inverte il segno della sua correlazione, mentre la variabile economica al contrario lo conserva nettamente. I risultati delle diverse regressioni sono riportati nelle Tabelle 1, 2, 3 e 4.


Questi grossolani risultati riprendono il senso dell’articolo pubblicato sull’Economist intitolato “Covid-19 presents stark choices between life, death and the economy”. Ai più smaliziati non sarà infatti sfuggito il fatto che i valori dei coefficienti delle quattro regressioni effettuate implicano che il numero dei contagi e quello dei morti sono una funzione crescente del reddito pro capite e di una misura del tasso di occupazione. Ma cosa significa tutto questo? Fino a quando non sarà portata a termine un’estesa compagna di vaccinazione contro il virus, il governo italiano – come del resto i governi di tutti i paesi colpiti da questa piaga – si troverà a fronteggiare una scelta tra economia e salute della popolazione. Ridurre il numero dei contagi e delle vittime comporterà una riduzione della produzione e dell’occupazione. Al contrario, aumentare la produzione e l’occupazione farà salire invece il numero dei contagi e dei morti. Trovare un bilanciamento tra queste due esigenze sarà una scelta eminentemente politica.
Ovviamente sappiamo tutti che questa pandemia è figlia della globalizzazione per cui si diffonde più rapidamente dove i flussi di persone sono maggiori (che sono ovviamente anche i centri della produzione a livello macro-regionale e dell’attività economico-finanziaria, nonché di tutte quelle attività connesse con la globalizzazione del lavoro e della cultura). Dunque niente di nuovo sotto il sole, le malattie viaggiano con gli essere umani, la mobilità umana crea le epidemie e le pandemie. Il che, però, assomiglia molto ad una contemporanea trappola malthusiana generata dal sistema di produzione globalmente interconnesso.
A nostra conoscenza, pochi però finora hanno discusso nelle sedi più autorevoli e con la dovuta diffusione mediatica un cambiamento del funzionamento dei processi di produzioni, circolazione e consumo di beni e servizi, delle forme di mobilità, di socialità (e di turismo, si pensi alla sciagura che sono le navi da crociera e il loro ruolo in questa pandemia), della produzione e distribuzione del valore e delle forme del lavoro.  Ma vogliamo davvero trovare un vaccino per ritornare al business as usual nell’età del post-corona virus?

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